Sul DDL Gelmini #2

December 5th, 2010

All’interno del Politecnico, anche tra i docenti, la discussione sulla riforma universitaria continua. Di seguito un frammento di un messaggio del prof Luca Marescotti che per lucidità chiarezza e poesia riporto in modo che possa essere fruito anche dagli studenti.

[…] E poi, vedete, non credo che nell’insieme di tutti questi possibili crimini compiuti [dall’Università, ndr], possiamo mai raggiungere altre vette del crimine, da altri già sorpassate, senza che costoro, molti dei quali noti notori o famosi, siano sottoposti a tali critiche dai nostri sensibili concittadini.

Le cronache giudiziarie, le analisi della Corte dei Conti dovrebbero darci giusti punti di vista per cogliere i fatti in prospettiva.

Da decenni l’università italiana e’ sottoposta a riforme gattopardesche, che, e’ vero, sono state abilmente sfruttate da qualcuno (preside o rettore o direttore o semplice docente, poco importa). Ma questo forse inficia la scuola in quanto istituzione? nella sua funzione sociale?

Le riforme: quante ne abbiamo viste.

E’ vero che il docente unico e’ stato disatteso e che la piramide del potere non è stata smontata, che al ricercatore non e’ stata data la dignità della ricerca e delle risorse, ma solo un pessimo surrogato di facente funzione di docente.

E’ vero che abbiamo corsi non con 9 studenti, come nei vertici della qualità universitaria, ma con 100-200 studenti, e che di questo pochi si preoccupano.

E’ anche vero che senza ricercatori e senza professori a contratto ripagati da una misera mancia, senza precari la scuola non potrebbe funzionare. Come e’ vero che le nostre tasse servono a finanziare scuole private di ogni ordine e grado. Forse perchè senza di

quelle la scuola pubblica, di ogni ordine e grado, non funzionerebbe?

Queste condizioni hanno influito senz’altro sulla qualità. Non è stata colpa dell’università aperta a tutti (“di massa”), ne’ dei docenti. Se colpa c’e’ stata, lo fu però nel non aver predisposto la scuola a questo compito. E, da parte nostra di aver subito, senza troppe proteste, anche per difendere la nostra dignità.

Non era impossibile gestire l’università aperta, ma lo si poteva rendere impossibile: e così sono state ridotte progressivamente le risorse, i concorsi sono mancati, le nomine hanno spesso seguito la regole delle conoscenze, più che quella della conoscenza.

E’ vero.

E’ anche vero che la mancanza di risorse non e’ stata sempre buona consigliera, non ha portato a virtuosismi. La scarsità di risorse spesso ci ha accecato, siamo diventati litigiosi, abbiamo spinto la cooptazione. Mentre i cambiamenti del mondo richiedevano aperture interdisciplinari e transdisciplinari, ci siamo chiusi in inutili torri eburnee.

E’ vero: in quarant’anni ho visto progressivamente ridursi risorse e speranze. Forse non tutti, forse non sempre, ammetto che ci fu qualche soffio d’aria ogni tanto che faceva sollevare qualche carta. E con lei qualche sogno.

L’attacco alla scuola e all’università non ha motivazioni nell’etica.

Questo dobbiamo sostenerlo e dimostrarlo.

La pagina su Il Corriere della Sera e quella dopo su La Repubblica, questa promossa dai ricercatori di altre Università milanesi, dovevano essere un momento di dignità corale, corale come lo sono state le manifestazioni: non erano scampagnate di facinoroso e fannulloni, ma la domanda di scuola, di educazione, di motivazioni.

Qualcuno vuole negarlo, usando tutti i mezzi, preferibilmente se scorretti.

La scuola di ogni ordine e grado e’ il motore primo di una società vitale necessaria per affrontare le incognite di un futuro sempre più accelerato; e’ anche motore della mobilità sociale e della solidarietà.

Parità dei diritti, accesso ai servizi, ricerca di personalità capaci di veder il mondo con occhi nuovi e di riorientare il processo convenzionale dello sviluppo verso mete condivisibili: tutto questo è la scuola e tutto questo e’ sotto attacco per alcuni miseri interessi, siano essi le università private, i cepu e i nettuno, ma che contano solo come accumulatori di capitali. A scapito della popolazione tutta.

Si colpisce nello stesso modo la sanità pubblica. Certo anche lì qualche disfunzione c’e’, ma nel privato, e di come si regge il privato, da chi trae finanziamenti, che dire?

[…] Noi dobbiamo anche guardare oltre, dobbiamo interpretare i cambiamenti, dobbiamo comprendere gli effetti delle diverse azioni in atto o in preparazione. Noi dobbiamo contribuire a comprendere la natura su cui operiamo e a riprogrammare le nostre capacità di analisi e trasformazione del mondo che stiamo osservando. La nostra funzione è quella di aiutare i giovani non a risolvere vecchi problemi con soluzioni consolidate, ma a rielaborare (riprogrammare) le nostre capacità di manipolazione dei concetti per trovare soluzioni nuove a problemi nuovi.

Se non lo capiamo noi, se non ne siamo convinti, chi altri ci può comprendere?

Non intendo difendere una categoria per un principio. L’azione di ognuno può e deve essere discutibile, verificabile, confrontabile. Senz’altro.

Altri già presero nel passato la decisione della difesa di una categoria, per esempio di un partito.

Intendo, invece, difendere e impegnarmi per un’istituzione essenziale e fondamentale per il paese e per la democrazia, intesa come fraternità, solidarietà e giustizia, intesa come messa in discussione continua delle condizioni raggiunte, come riflessione per equilibrare diritti e doveri nella responsabilità, come slancio per l’emancipazione.

Intendo stare in guardia dai qualunquismi, dalle anime candide, da quelli per cui tutti sono uguali, da quelli che nei corridoi dei passi perduti stringono decisioni non confessabili o non comprensibili in un confronto pubblico e aperto, da quelli che lavorano per disorientare.

Per questo insegno e scrivo, non per me, per gli studenti.

Luca Marescotti


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