Il ruolo dell’arredo fisso nella definizione dello spazio interno

March 27th, 2006

Vorrei iniziare questa breve trattazione, fornendo una definizione: arredare è rendere agevole lo svolgimento di attività umane attraverso la distribuzione e collocazione di oggetti che, per questo motivo, assumono un ruolo egemone nella organizzazione dello spazio. Nella caverna preistorica come nell’appartamento contemporaneo (ill. 1: interno appartamento Sottsass Jr). Inoltre nel vocabolario della lingua italiana, al verbo arredare è associato il verbo guarnire, così esplicitato: “fornire di cose necessarie”.


Se l’architettura viene intesa come luogo capace di ospitare il gesto, questo per compiersi necessita della presenza di “attrezzature” utili (perché indispensabili allo svolgimento delle attività) e significative (perché – come ricorda CNS – l’uomo conosce il mondo attraverso la costruzione del proprio spazio). Riconoscere questa doppia valenza serve a comprendere meglio il ruolo sempre diverso che le persone hanno attribuito nel tempo agli oggetti. L’arredo dunque come utensile, mettendone in luce l’appartenenza alla cultura materiale, e l’arredo come forma significante, che invece ne amplia il valore e lo statuto: dimensione utilitaria e dimensione estetica sono presenti in maniera inscindibile, come due facce della stessa medaglia (ill. 2: arredo CRM). La riduzione della organizzazione degli spazi interni al soddisfacimento di meri parametri di efficienza funzionale e prestazionale ne impoverisce il portato che invece è profondamente radicato in consolidate pratiche culturali, riducendo la complessità delle vicende storiche legate allo sviluppo degli interni con le sole idee che hanno caratterizzato i primi decenni del novecento.

Chiarito il valore aggiunto che caratterizza l’oggetto d’uso all’interno di una pratica culturale, quale va inteso l’arredamento, si possono riscontrare due situazioni spaziali limite e allo stesso tempo archetipe. La capanna, dove tutto è mobile, e la caverna, dove tutto è fisso. L’una rappresentando l’estremizzazione dell’arredo che è capace di divenire contenitore di vita – luogo che accoglie il gesto -, e l’altra dell’architettura che si trasforma in alcune sue parti in arredo per soddisfare le esigenze d’uso dello spazio. Tra questi due estremi si manifesta la realtà con i suoi innumerevoli casi intermedi, che chiaramente ibridano la rigidezza degli assunti e l’esemplarità dei modelli (ill. 3: capanna e caverna).

La difficoltà di riconoscere oggi l’esistenza di una integrazione tra arredo e architettura è soprattutto il frutto delle vicende storiche di questi ultimi due secoli. Oggi infatti appare singolare pensare ad una integrazione tra queste due realtà dello spazio abitato, e ciò è dovuto alla forte specializzazione subita dal processo edilizio – frutto anche della crescita esponenziale della domanda -, pertanto ogni concreto intervento di arredo è spostato a valle del processo costruttivo, demandando nei casi migliori ad altri tecnici, se non esclusivamente alle capacità e al gusto del singolo utente, le decisioni sull’equipaggiamento degli spazi. Questa situazione non costituisce, a differenza di quello che si tende a far credere, una prassi storicizzata ma è la conseguenza dell’abolizione nell’ottocento delle corporazioni di arti e mestieri che ha velocemente portato alla frantumazione dell’unità dell’opera. Movimenti e stili come The Arts and Crafts o l’Art Nouveau, o associazioni come il Deutcher Werkbund e le Wienerwerkstatte, costituiscono per certi versi delle vere e proprie trincee di resistenza alla contrapposizione che si andava sviluppando a cavallo del secolo tra manufatto edilizio e arredo, “l’opera d’arte totale” (Gesemkunstwerk) rappresentando un tipo ideale. La Red House di William Morris o Hvitterask di Gesellius, Lindegreen e Saarinen ne incarnano invece alcune delle migliori e più felici declinazioni (ill. 4: le opere citate).

Affrontando il tema del rapporto tra arredo fisso e architettura, credo sia necessario fare una ulteriore precisazione. Se da una parte si sono individuati dei casi-limite entro cui si manifesta la realtà costruita, dall’altra si deve sottolineare come sia sempre possibile riconoscere l’esistenza di una collaborazione tra questi due ambiti operativi, quello dello spazio e quello dell’arredo. Esemplare in tal senso è l’incavo del muro che nella quasi totalità dell’architettura contemporanea – anche la più anonima – accoglie il radiatore dell’impianto di riscaldamento. In questa semplice attenzione costruttiva è possibile cogliere la presenza di un rapporto stretto che lega la forma del manufatto edilizio all’uso. Per certi versi anche le porte e le finestre, così come altre attrezzature indispensabili a rendere abitabile lo spazio, possono essere intese come luogo di frontiera dove l’architettura si trasforma in arredo per andare incontro alle esigenze d’uso, addomesticandosi . Se infatti si concorda nel riconoscere agli oggetti e alla loro distribuzione il primato sull’architettura quando si affronta la questione dell’abitare, la metamorfosi che alcune parti della costruzione subiscono per “fornire di cose necessarie lo spazio” – secondo l’enunciato iniziale – appare del tutto naturale. Terminali fisici del manufatto edilizio, sia che si tratti del basamento di Palazzo Rucellai a Firenze – che si rigonfia verso l’esterno per diventare seduta urbana – sia che si tratti del più umile muro delle cucine rurali – che si forgia in modo da accogliere e favorire la preparazione dei cibi, si è sempre di fronte all’addomesticamento dell’architettura (ill. 5: esempi citati). Materiali, forme, finiture perdono quei caratteri di austerità, rigore, monumentalità che sono tipici dell’architettura per divenire semplici utensili, capaci talvolta anche di generare con la propria conformazione dei piccoli ambiti. Frammenti di luoghi più articolati, gli ambiti sono per loro stessa natura legati alla più minuta e intima quotidianità degli abitanti, e quindi ai loro comportamenti. I triclini della casa pompeiana, le finestre con le sedute incorporate nello spessore o le nicchie-alcova con i letti, di epoca medioevale e rinascimentale, sono tutti dispositivi ambientali per ritagliare luoghi più intimi attraverso l’addomesticamento dell’architettura, appunto. Così nel settecento e nell’ottocento, fino ad arrivare alle attrezzature della casa moderna: dalla parete attrezzata alla finestra scrittoio di Gio Ponti. Tutte declinazioni nel tempo di una sostanziale e necessaria integrazione tra architettura e arredo, vale a dire, arredi “built-in”, per usare una espressione anglosassone cara a FLLW (ill. 6: esempi citati).

Naturalmente più il mantenimento di consuetudini culturali è forte, tanto più è plausibile l’uso estensivo di arredi fissi, che per loro natura mal si adattano ai cambiamenti, soprattutto se rapidi. A questo limite, però, il movimento moderno ha offerto una soluzione: un attento lavoro di analisi e di individuazione di attività archetipe da cui far scaturire la progettazione di manufatti capaci di assecondare i bisogni ad essi connessi. In questo contesto nasce e si sviluppa la produzione industriale, una produzione di oggetti per la massa che deresponsabilizza il manufatto architettonico, sgravandolo dall’assolvimento di necessità d’uso. In tal senso è esemplare l’opera di Le Corbusier, che mette a punto un sistema di arredi – mobili – capace di rispondere alle molteplici necessità d’uso dell’abitare ma ridotto e condensato in soli cinque posture. Di conseguenza il sistema di attrezzature che ne fa scaturire è in grado da solo di soddisfare tutti i bisogni di equipaggiamento della casa moderna, sia che si tratti di arredi fissi – come nelle cellule delle varie Unité d’habitation– sia di oggetti mobili – come quelli prodotti con Charlotte Perriand per il Salomne d’Autumn nel 1927 e poi per tutte le ville private progettate in seguito (ill. 7: esempi citati).

Va sottolineato che l’obiettivo della casa per tutti, perseguito durante i primi decenni del novecento, impone una razionalizzazione delle risorse e una ottimizzazione delle distribuzioni, facendo assumere all’economia – di risorse, di spazi, di materiali, ecc. – un ruolo e un peso preponderante nella progettazione. Dagli esempi dell’existenz minimum del CIAM di Francoforte nel 1929 alle sperimentazioni delle Triennali milanesi di quegli stessi anni, la presenza dell’arredo fisso è determinante per l’equipaggiamento degli ambienti onde ridurre al minimo qualsiasi eventuale acquisto per rendere fruibili gli spazi. Proprio in queste esperienze, è da rilevare la singolare presenza contemporanea di soluzioni progettuali che presentano arredi fissi (hardware) accanto all’impiego molto diffuso di tendaggi come elementi di partizione ambientale (softwere). Quasi un voler bilanciare la pesantezza degli uni con la leggerezza e la mobilità degli altri, recuperando almeno virtualmente quella dimensione flessibile che da sempre caratterizza i luoghi della casa (ill. 8: esempi citati).

Naturalmente il moderno non coincide con il tema dell’abitazione minima. Tra i tanti, FLLW rappresenta uno delle personalità di spicco della cultura architettonica del novecento che lavorando sul tema della residenza monofamiliare per classi agiate – la villa -, fa un uso estensivo degli arredi fissi. Dalle prime Prerie Houses alle più tarde Usonian, FLLW trasforma camini in scale, pilastri in sedute, muri in tavoli. E come si è accennato, non è da meno Le Corbusier, l’altro eroe del moderno.

L’arredo fisso inteso come terminale architettonico, ma anche l’arredo fisso come macro oggetto abitabile: dallo studiolo di San Girolamo di Antonello da Messina alle attrezzature futuribili di Joe Colombo o di Ettore Sottsass Jr. Oppure ancora come arredo pietrificato, arredo che si trasforma in architettura, come nel caso di Vittoriano Viganò che, ad esempio, nella sua casa a Milano introduce una famiglia di blocchi tridimensionali in muratura, chiamati ad assolvere le funzioni più disparate, che diventano il paesaggio domestico dell’appartamento. Si vengono così a delineare delle vere e proprie tipologie d’arredo fisso: frontiere interne ed esterne; blocchi bagno e cucina; elementi strutturali; cellule tridimensionali. Alcune realizzabili come arredi fissi indipendenti dal manufatto edilizio – cabine armadio o cellule tridimensionali -, altre invece da esso imprescindibili – nuclei camino, nicchie-alcova e tutti quegli interventi che coinvolgono gli elementi strutturali dell’architettura. Epoche storiche diverse hanno visto l’egemonia di alcune di queste tipologie. Così, per restare vicini nel tempo, gli anni sessanta sono stati dominati dalle cosiddette “capsule per abitare” – basta pensare a tutta le sperimentazione in tale direzione effettuata da Joe Colombo e alla spinta data dall’industria per raggiungere una standardizzazione capace di passare dall’oggetto a frammenti di spazio.

Riconosciuto il ruolo determinante, e per certi versi irrinunciabile, dell’arredo fisso bisogna sottolineare come esso ponga questioni non ancora aperte. Uno degli aspetti irrisolti riguarda la durata, il tempo di esercizio e di validità delle strutture fisse, che introduce la dicotomia classica tra effimero ed eterno. Dove è fin troppo semplice riconoscere al primo le caratteristiche necessarie a soddisfare i mutevoli scenari della vita quotidiana. L’effimero, il temporaneo spinge infatti a soddisfare il benessere hic et nunc individuale, senza alcun desiderio di generalizzare o di tracciare un segno permanente; ciò costituisce la ragione prima della caducità degli interni e della mancanza di una adeguata letteratura critica ampia: mancano le testimonianze concrete e si lavora per lo più su documenti di natura figurativa. Un tratto questo che, forse, potrebbe dare informazioni anche sul temperamento di coloro che hanno praticato e praticano ancor oggi il progetto degli interni. All’opposto, invece, l’eternità dell’architettura, dove si è proiettati verso manifestazioni durature di valori generali che, per loro stessa natura, sono lontani dal singolo inteso come individuo e non come massa.

Un’altra delle questioni aperte rispetto all’impiego di arredi fissi riguarda un aspetto psicologico: la prevaricazione della forma sui comportamenti. La presenza di attrezzature inamovibili all’interno dello spazio domestico limita non poco le condizioni e le modalità d’uso degli ambienti e l’espletamento stesso delle attività che gli oggetti built-in sono destinati a soddisfare, proponendo la dicotomia tra flessibile e rigido. Si richiede pertanto una maggiore attenzione da parte del progettista nel valutare la misura oltre la quale un servizio si trasforma in costrizione, un comfort in una punizione, pur nell’assoluta garanzie di efficienti prestazioni funzionali. Nulla più dell’abitacolo di una navicella spaziale può fornire l’esempio calzante dove si può cogliere in maniera emblematica come l’efficienza cristallizzata in forme troppo rigide e severe si trasformi in una sorte di prigionia, intervenendo sulla libertà dei gesti e dei comportamenti, ancor prima che sulla limitazione del territorio.


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